mercoledì 23 ottobre 2013

No Man's Land : per una mappa geografica del jazz-rock europeo!


Quello del jazz-rock, in quanto teatro e laboratorio di sperimentazione totale, rappresentò certamente nei lontani Settanta un fenomeno europeo di grande impatto emotivo. La fusione per eccellenza, quella tra il jazz e il rock, si presenta come una No Man’s Land, una terra di confine dove strutture, strumentazioni e tradizioni extra-musicali di queste due rispettive realtà sonore s’incontrano senza stabilire una netta differenziazione, ma in maniera pacifica miscelano i loro ingredienti senza volontà di primeggiare sull’altra, dando piuttosto spazio ad un osmosi segreta ed equilibrata. Una “terra di nessuno” dunque, dove il jazz si apre a sfumature timbriche di diverse culture che coesistono magicamente dando vita ad un luogo d’azione d’ampio respiro percettivo. Voler fornire un quadro completo del panorama jazz-rock europeo degli anni Settanta risulta essere certamente un'operazione complessa, ma che possiede un suo fascino, dettato dalla curiosità di andare a scovare, anche in paesi poco considerati e che trascendono i classici confini del mondo musicale anglo-sassone, formazioni di spiccato interesse e d'indubbio valore artistico! Questo stimolo verso un'esplorazione libera, questo anelito verso l'ampia ricerca di una specifica tendenza sonora, potrebbe portare alla redazione di una sintetica "mappa geografica" del jazz-rock del vecchio continente, che per quanto incompleta, (sarebbe interessante capire qualcosa circa la situazione in Grecia e Portogallo) e perciò suscettibile di continui aggiornamenti man mano che ci s'imbatte in nuove "sorprese" o addirittura sensazionali scoperte, possa essere un ottimo strumento per orientarsi nelle ricamate e variopinte pieghe di un ventaglio ricco di proposte, testimoni appunto della diramazione del fenomeno stesso. L'operazione porta chiaramente in sé un suo saldo coefficiente di rischiosità, poiché se non è raro imbattersi in veri e propri "gioielli di creatività", allo stesso modo è molto probabile il doversi confrontare con ascolti ridondanti, privi di mordenti sia sul piano compositivo che sonoro, e visibilmente troppo vincolati ai loro modelli d'ispirazione originali. Questo è vero soprattutto se ci si confronta con realtà politiche e sociali come quella dell’ex Unione Sovietica, dove le novità che approdavano, se spesso elaborate in maniera pedissequa, e quindi risultanti noiose alle orecchie più abituate ai clamori occidentali, acquistavano però un significato tutto particolare per la gioventù locale, impegnate nella lotta verso una necessaria e troppo invocata libertà. Quando l'Europa musicale dell'inizio dei Settanta aveva già consacrato l'avvento della fortunata stagione del rock-progressive britannico, del kraut-rock tedesco e dei differenti focolari geografici di un folk oscillante tra revival e sperimentazione,si presentava anche come vasto terreno fertile pronto ad accogliere il nuovo seme piantato oltreoceano, e divenuto fiore maturo grazie alle fatiche di Miles Davis,Weather Report,Return To Forever o dell'indipendente Frank Zappa,capaci di sintetizzare e plasmare in materia nuova soluzioni già apparse nell'ambito del free-jazz e della New-Thing americana. E'importante però notare come personalità di grande spessore come Miroslav Vitous o Joe Zawinul dei Weather Report erano di origini europee (rispettivamente ceco e austriaco), come anche di nazionalità inglese era un John Mclaughlin, già presente in Bitches Brew e nei successivi dischi del periodo d'oro di Davis, e poi alfiere di un sound personalissimo con la Mahavishnu Orchestra. E lo stesso In A Silent Way (1969), uno dei primissimi brani elettrici di Miles porta la firma proprio del geniaccio Zawinul, ma a questo punto i riferimenti potrebbero essere molteplici e qui basterebbe solo confermare l'idea legittima che vede una poetica, quella del jazz-rock, nascere in un ambito tutto americano, fecondata però da un importante contributo creativo di matrice europea. Un evento fondamentale per la diffusione del nuovo verbo fu sicuramente il Festival dell'Isola di Wight del 1970, dove la storica performance di Davis e dei suoi "allievi",ovvero i giovanissimi Keith Jarrett,Dave Holland,Jake Dejonette, Chick Corea,Gary Barts e Airto Moreira, rappresentò un baluardo di rara bellezza musicale. L'ascolto dei 35 minuti di Call It Anything dovette essere rivelatorio per molti giovani musicisti lì presenti e spalancò le porte di un sound tutto nuovo, le cui potenzialità di sviluppo erano tutte da "immaginare" ed "esplorare". Nel tempio jazz di Montreux invece, altri importanti arrivi saranno poi quello di Zappa nel 1971,con la proposizione del suo lungo King Kong (brano del 1969),della Mahavishnu Orchestra nel 1974 (con il quintetto magico di Mclaughlin,Hammer,Goodman,Cobam,Laird ormai sciolto) e ancora di Miles nel 1973. Tuttavia, ancora prima di questi storici raduni della cultura musicale giovanile del tempo,era già iniziata l'epoca in cui musicisti del calibro di Robert Wyatt affermavano "Al diavolo il vostro Brian Jones...io ho i mie dischi di Mingus" e si aprivano alla ricerca del nuovo. La personale ricerca di Wyatt sulla musica afro-americana sarà fondamentale per la sua carriera solista, mentre nel 1970 vedrà la luce uno dei massimi capolavori del jazz-rock europeo, ovvero Third dei Soft Machine. Wyatt sarà il responsabile della "sofferenza trascendentale" plasmata in quel Rock Bottom (1974)che segnerà una sorta di passaggio epocale per la storia della popolar music occidentale. E' sicuramente all'interno della cosidetta scena della "Scuola di Canterbury" che va individuato il miglior laboratorio di sperimentazione per il jazz-rock britannico, dove accanto alla parabola ascendente dei Soft Machine si distinsero gli Hatfield & The North,i National Health,i Gilgamesh, i Matching Mole,il Keith Tippett Group, i Nucleus di Ian Carr o ancora i Gong del secondo periodo guidati da Pierre Moerlen. Lo spazio concreto della ricerca di Canterbury fu quello del collettivo dell’Ottawa Company, dedito all’improvvisazione e all’indagine di nuove soluzioni espressive, e che comprendeva tra le sue fila molti dei musicisti delle bands sopra citate. In Inghilterra l’esperienza del Canterbury Sound ha un importante rapporto di scambio con quella Music Improvising Company dei vari Evan Parker, Derek Bailey o Trevor Watts come anche instaura una relazione feconda con quei musicisti sudafricani che, Chris Mcgregor,Louis Moholo, Dudu Pukwana in primis,daranno un apporto fondamentale per la messa a punto di un certo sound afro-jazz. E senza dimenticare le poliedriche personalità di un Lol Coxhill o John Surman, impegnati nei più svariati progetti,come di una Carla Bley e di Michael Mantler (austriaco di nascita),occorre in questa sede dire che interpretazioni suggestive ed originali di jazz-rock erano anche quelle del periodo maturo dei Traffic,dei Colosseum,dei Back Door,dei Brand X,di Brian Auger, degli If,di Jack Bruce, della Ginger Baker Air Force, o ancora di formazioni minori del circuito progressivo come i Tonton Macoute o gli Affinity, come del resto elementi di jazz li troviamo in formazioni dalla maggiore complessità fisiognomica come King Crimson ed Henry Cow. Nella Germania colonizzata dai "corrieri cosmici", i pionieri del nuovo sound sono gli Embryo con la loro ambiziosa proposta di jazz-etnico e gli Annexus Quam con il loro jazz-spaziale.
Grazie anche all'apporto fondamentale di musicisti quali Mal Waldron e Charlie Mariano, gli Embryo coniarono una loro identità unica, che esplode trasparente in dischi come Father Son & Holy Ghost del 1972, Rock Session e We Keep On del 1973. Ma accanto a loro una posizione di tutto rispetto è occupata da Xhol Caravan, Out Of Focus,Opossum, Exmagma,Passport,Thirsty Moon, Association P.C,Brainstorm,Kraan,Dzyan, insieme ai progetti minori ma validissimi di Morpheus,Firma 33 o Aera, e alle divagazioni soliste di Eberhard Weber,Volker Kriegel o Wolfang Dauner,senza dimenticare la magia espressiva del Dave Pike Set, come la presenza nell’ambito dell’Improvvisazione Europea di personaggi come Joachim Kuhn o Alexander Von Schlippenbach.Altre formazioni invece, come i Tortilla Flat e gli Zyma sul finire del decennio, mostravano molte affinità con Canterbury. Nell'alta Scandinavia i cugini di primo grado degli Embryo sono gli svedesi Archimedes Badkar, fautori di una poetica che sposando i suoni del mondo riproduce atmosfere dense e vaporose allo stesso tempo,come già stavano facendo negli Stati Uniti gli Oregon di Ralph Towner e Colin Walcott. Sempre in terra svedese, dove era forte il lascito del grande Jan Johansson (scomparso nel 1968) accanto ai richiami jazzistici degli Samla Mammas Manna, vi erano gli ottimi Lotus e i non eclatanti Kornet, mentre alla Norvegia dei mostri sacri Jan Garbarek e Terje Rypdal (presente anche nel capolavoro di Morning Glory del 1973 con John Surman) si contrapponeva la Finlandia dei Wigwam, dei Finnforest e delle parentesi jazz del poliedrico Pekka Pojhola con i suoi differenti progetti (Pekka Pojola Group o Jupu Group),contemporanei a quelli di Jukka Tulonen, già leader dei Tasavallan Presidentti. Scendendo nella vicina Danimarca, timidi ma non privi di spunti interessanti d'ibridazione tra rock e jazz sono quelli proposti da Burning Red Ivanoeh e Secret Oyster. In Francia mentre brillava il violino dell'astro Jean-Luc Ponty (nel '73 in tour con Zappa in Europa e poi l'anno seguente con la Mahavishnu Orchestra, e ancora nel progetto collettivo New Violin Summit del 1971 con Wyatt,Dauner, Rypdal e Don “Sugar Cane” Harris) con una personalissima ricerca da solista, vi erano formazioni come Travelling e soprattutto i fantastici Moving Gelatine Plates che onoravano degnamente e con originale fantasia i progetti dell'orbita "Canterburiana".Più vicina alle dinamiche del free-jazz fu la follia degli stupefacenti Etron Fou Leloublan, come del resto quella dei Magma che però suggellarono un'ideale fusione di rock e jazz nell'omonimo doppio primo album del 1970.E da una costola dei Magma, ovvero quella del pianista Francois Cahen, ebbero vita le acrobazie sonore degli Zao. C’erano anche formazioni minori come Spheroe,Herbe Rouge, Transit Express o Edition Speciale, e se un gruppo come i Vortex mostrava buona inventiva, in terra francese le migliori proposte d’avangurdia trascenderanno tuttavia confini codificabili, dapprima con i Pataphonie e poi coi magistrali Art Zoyd. Nel confinante Belgio, se è riduttivo etichettare come jazz-rock una formazione come quella degli Aksak Maboul, poiché al pari dei cugini Henry Cow possiede ben altra ardimentosità e ricchezza di sfumature, vanno annoverati innanzitutto i Cos con i loro splendidi Viva Boma (1976) e Babel (1978), gli Arkham con una certa oniricità che li accosta al movimento “zeuhl” d’ascendenza “kobaiana” (Magma), i Placebo di Marc Moulin (per un breve periodo con gli Aksak Maboul) e i Pazop. Nell’Olanda di Misha Mengelberg, tra i protagonisti della suddetta scena improvvisativa europea, spiccano le atmosfere dei Supersister, accanto a quelle dei Pantheon, Scope e Solution, mentre in Svizzera dove emergeva il grande talento di Irene Schweizer, saranno gli Om del chitarrista Christy Doran e i Drum Circus di Peter Giger (già con i Dzyan) a fornire all’ascoltatore ideali atmosfere per un viaggio senza tempo. Tra le lande iberiche troviamo qualcosa di relativo all’oggetto di questa ricerca nella Spagna che vive il momento storico del "Nuevo Dia" post-franchista. Accanto al diffuso flamenco-rock dai toni sinfonici, rappresentato con eleganza soprattutto da Triana, Granada e Mezquita, formazioni come Iceberg, Compania Electrica Dharma, Jarka, Guadalquivir e Imam Califato Indipendente osano fusioni che non nascondono spunti interessanti ma che in qualche modo dimostrono l’indubbio debito nei confronti dei modelli americani (Chick Corea e Santana tra tutti). Nella Russia comunista i pionieri di un certo jazz-rock di buon gusto sono gli Arsenal, ma il loro primo disco del 1979 si colloca ormai lontano dalla stagione piu fervida del jazz-rock europeo. Ben diversa la situazione in alcuni paesi periferici del sistema sovietico, a partire dalla Polonia che sin dagli anni ’50 giova di una tradizione jazz di tutto rispetto. Qui, accanto agli indiscussi maestri Krzysztof Komeda, Tomasz Stanko, Jan “Ptaszyn” Wroblewski o Andrej Trzaskowski, emerge il virtuosismo cristallino di Michal Urbaniak (presente anche nel citato New Violin Summit con Ponty ed Harris) che con il suo violino ricama composizioni di grande intensità. Su orizzonti qualitativi ben differenti si collocano alcuni progetti di Wlodzimierz Gulgowski o Zbigniew Seifert, come troviamo formazioni “orecchiabili” come Extra Ball e Laboratorium, che rimandano anche ad alcune influenze jazz dei primi lavori progressivi degli storici Sbb. L’altro polo di ricerca più attivo è quello dell’ex Cecoslovacchia, dove notiamo il brio fantasioso dei Flamengo e alcuni sottili richiami esotici degli Jazz Q, accanto ad altri colletivi come Energit, The Blue Effect, Fermata e Mahagon. Infine, affrontando il discorso nei paesi dell’ ex Yugoslavia questo si fa un po imbarazzante, specialmente per chi, come gia detto in precedenza, risulta già assuefatto dalle vette espressive del più autentico jazz-rock. Tutti quei gruppi (tra cui Korni Groupa o Leb I Sol) che animavano il famoso raduno “pop” a Ljubljana oscillavano tra un pop-jazz, che sembrava banalizzare le migliori cose di Stevie Wonder, Steely Dan o Working Week, e un rock-sinfonico dai toni sdolcinati (inascoltabili entrambi direi) che riproponeva in chiave autoctona timidissime reminiscenze del robusto rock-progressive inglese. In questa valle di lacrime senza geni musicali, impossibilitati a nascere dal particolare clima sociale, possiamo citare il tastierista Tihomir Pop Asanovic, gli Izvir e i September come i tardivi Den Za Den del 1980 provienenti da Skopje. In ogni caso per trovare qualcosa di veramente interessante in quest’area geografica dovremo aspettare l’arrivo dello sconvolgente sound dei Begnagrad, a cavallo tra folklore e free-jazz, e lodati per la loro creatività dallo stesso guru Fred Frith. E approdiamo finalmente in Italia… L’esperienza nostrana in termini di contaminazione jazz e rock meriterebbe un articolo a parte, senonaltro per il suo indiscutibile contributo d’inventiva furibonda, che si colloca tra le vette dell’intero circuito europeo. L’inizio della stagione gloriosa del jazz-rock italiano può essere collocata nel 1972, anno del primo album Azimut del Perigeo. Che il quintetto formato da Claudio Fasoli,Franco D’Andrea, Bruno Biriaco,Giovanni Tommaso e Tony Sidney avesse una marcia in più era chiaro, come era facilmente percepibile la dimensione “extra-terrestre" del "maestro della voce" Stratos e degli Area. Se quest’ultimi dialogavano fecondamente con certa avanguardia di sapore elettro-acustico (Cage, Berio,Nono etc), fecero la stessa cosa i Dedalus, che dopo l’omonimo esordio del 1973 suggellarono il fantomatico Materiale Per Tre Esecutori E Nastro Magnetico l’anno seguente. Il periodo 1973-1976 si caratterizza per la ricchezza di spunti nuovi e il nascere di formazioni che abbracciano con convinzione il vento del nuovo linguaggio musicale. Il 1974 segna per esempio l’esordio degli Arti & Mestieri con il loro Tilt, Immagini Per Un Orecchio mentre il 1975 è emblematico poiché vede l’uscita di due perle irrepetibili, ovvero il Live In Montreux degli Agora e soprattutto il messaggio socio-politico insito in Napoli Centrale, dove gli spietati testi di denuncia s’armonizzano perfettamente con grooves densi e passaggi sax-piano elettrico esemplari. Se c’era una formazione che possedeva similitudini con l’area inglese dell’influente Canterbury fu quella dei Picchio Dal Pozzo, mentre ensemble come quello dei Living Life e Maad sprigionavano con sapienza una loro visione d’apertura etnicizzante. Tra gli altri protagonisti vanno poi citati Il Baricentro, i Maxophone, Duello Madre, Venegoni & Co.,gli Etna dei fratelli Marangolo, i Kaleidon, i Nova (che collaborano anche con Phil Collins in Vimana del 1976) o i misconosciuti Cincinnato.
E qui s'arresta temporaneamente il nostro percorso sul jazz-rock europeo, consci comunque che viaggiare tra le sue lande incantate vuol dire sondare, da Nord a Sud, da Est ad Ovest, sentieri forse ancora poco frequentati, i cui tesori però furono già consegnati in veste di cospicua eredità alle future generazioni.



(a cura di Andrea Maria Simoniello)




martedì 22 ottobre 2013

Gioia e Rivoluzione!


Quello dell'impegno politico è decisamente un tema ricorrente nella storia della musica rock e della popular music ed è soprattutto a partire dall'esplosione delle contestazioni giovanili culminanti nel movimento del '68 che "la musica dei giovani" abbraccia la causa politica, sociale o economica. In effetti, a partire dalla canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan o Joan Baez, o dalla celebre I Feel Like I'm Fixin To Die Rag contro la guerra del Vietnam cantata da Country Joe Mcdonald...per arrivare a Volunteers dei Jefferson Airplane o all'attivismo di John Lennon (solo per citare i casi più eclatanti), il testo poetico delle canzoni acquista priorità nella diffusione del messaggio politico e rivoluzionario... Al contrario, nel rock-progressive europeo che fa la sua comparsa dopo il periodo più' caldo della contestazione giovanile, si è voluto spesso individuare un approccio "a-politico"... quasi che il rock-progressive fosse una musica “d'art pour l'art” solamente... Ma se è vero che la grande stagione musicale progressiva si colloca tra due periodi emblematici della contestazione sociale, vale a dire tra il 1968-69 che celebra l'avvento del rock psichedelico, e il 1977 che vede la nascita della furia distruttiva del movimento punk... occorre tuttavia rifiutare questo aspetto "a-politico" e affermare piuttosto che le modalità dell'impegno politico e sociale del rock-progressive sono differenti e più complesse, potremmo dire meno spontanee, meno dirette ma più ricercate. Dunque la latente semplicità di canzoni come Blowin' In The Wind o la celebre Freedom improvvisata da Richie Havens al festival di Woodstock nel 1969...o ancora la meno conosciuta Have a Marijuana del pazzoide David Peel o ancora la genialità “beat” delle canzoni dei Fugs, lasciano piuttosto il posto a realizzazioni musicali di maggiore respiro artistico, nelle quali sia il testo poetico che la musica stessa conquistano una significazione più complessa e allegorica, ricorrendo "alle proprietà degli specchi. alle forme speculari, in un processo creativo in cui l'artista riflette il reale selezionandolo non attraverso le sue antenne socio-culturali, bensi un vasto equipaggiamento ottico. Lenti concave o convesse o d'ingrandimento sono indispensabili per battere le anguste barriere dello spazio e del tempo, per identificare-costruire una dimensione "altra", straniante, ma che, nello stesso tempo, è capace di rispecchiare le tensioni in conflittto"**. Come quando per esempio Peter Gabriel, in The Musical Box, il primo brano dell'album Nursery Cryme dei Genesis del 1971, racconta la piccola storia fiabesca di Henry e Cynthia...facendo allusione alla repressione sessuale ancora presente con insistenza nella società borghese inglese.Ma si può' pensare ancora alle liriche complesse (di denuncia sociale ed esistenziale) di un Peter Hammill in un album come Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator...senza dimenticare dei casi di più chiara apertura politica come nella copertina del secondo disco dei Matching Mole Red Little Record del 1972, dove Robert Wyatt e i suoi amici si allineano con la rivoluzione culturale di Mao..con l'immagine della bandiera, del libretto rosso e di un mitra. Le stesse saghe fantastico-visionarie del pianeta Gong di Daevid Allen o del pianeta Kobaia dei Magma capitanati dal folle Christian Vander alludevano ad una “palingenesi sociale” per il futuro. Proprio la musica di queste due formazioni fu tra le più affascinanti e ricche di sfumature dell'intero movimento rock-progressive, ma, se il dadaismo di Allen era pungente, lo erano anche i teatrali racconti in kobaiano (lingua inventata "ad hoc" da Vander) circa le avventure di quel nuovo e immaginario pianeta, come si evince dall'incipit del primo e omonimo doppio disco del 1970 : “Terra, questo ti riguarda, i tuoi sistemi schiacciano e le tue rivolte uccidono: infatti tu distruggi quello che non riesci a comprendere.Noi sappiamo che anche tu sarai distrutta. La nostra musica e per la Bellezza che vuoi ignorare per colpa dell’odio con cui sei cresciuta. Aldilà dello spazio e del tempo ci aspetta un pianeta, Kobaia. Noi conosciamo questo mondo dal giorno in cui aprimmo gli occhi, milioni e milioni di anni fa. Quelli che stanno qui in basso a soffrire ci seguano.Ma l’ipocrita non speri niente!Terra! Tu sei solo un ricordo perso nell’oblio.”

  
Nel circuito europeo si distinguevano inoltre una serie di formazioni di grande improvvisazione al limite tra rock e avanguardia, spesso citate in relazione al cosiddetto movimento del "RIO rock"...ovvero Rock In Opposition, che annoverava le più importanti formazioni dichiaratamente allineante politicamente; ensemble storici e irripetibili come quello dei celebri Henry Cow nell' entourage della cosiddetta "Scuola di Canterbury", dei francesi Art Zoyd, degli italiani Area o ancora della svedese Samla Mammas Manna. Tutte formazioni per le quali la musica sperimentale stessa diviene, al di là del mezzo poetico...un arma di trasgressione per demolire le convenzioni politiche e sociali. Se i cavalli di battaglia degli Area come L'elefante Bianco, Gioia e rivoluzione o La Mela di Odessa* erano più esplicitamente “contro”, anche in un brano molto complesso come Living In The Heart Of The Beast degli Henry Cow, contenuto nell'album In Praise Of Learning del 1975, lo spirito d'agitazione politica già emerge chiaramente dalla corposità del processo sonoro...ma diventa palese nella sezione finale in tempo di marcia dove Dagmar Krause recita “Now is the time to begin to go forward - advance from despair, the darkness of solitary men - who are chained in a market they cannot control - in the name of a freedom that hangs like a pall on our cities. And their towers of silence we shall destroy.” “The beast” è qui chiaramente la società capitalistica occidentale...e indizi più sicuri circa l'orientamento ideologico degli Henry Cow ci vengono forniti dalla bella copertina dell'album Western Culture dove nel variopinto di una composizione astratta emerge in primo piano una lampante e rossa "falce e martello". Ma ancora prima della grande stagione progressiva europea...un disco come quello della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden fu lavoro di notevolissimo spessore artistico e di grande valenza rivoluzionaria. Per la realizzazione dell'album Charlie Haden coinvolse nel 1969 un incredibile collettivo di musicisti dell'orbita free-jazz come Andrew Cyril, Gato Barbieri, Don Cherry, Roswell Rudd, Paul Motian, Carla Bley (autore di buona parte delle composizioni e degli arrangiamenti)e Michael Mantler... dopo che l'idea del progetto gli venne dopo aver ascoltato per la prima volta le canzoni della Guerra Civile Spagnola combattuta tra il 1933 e il 1936 e che porterà alla dittatura franchista. Nel disco sono perciò interpretati secondo un approccio decisamente improvvisativo la canzone Song Of The United Front e soprattutto le famose El Quinto Regimiento, Los Quatros Generales e Vive La Quince Brigada, canzoni tra le più invocate della guerra e quasi tutte concernenti l'estrema difesa di Madrid. Si tratta di canzoni popolari molto antiche che il grande poeta andaluso Federico Garcia Lorca (ucciso proprio dai franchisti durante il conflitto) aveva cercato di recuperare in maniera filologica e che riprendono le stesse melodie antiche, ma con testi modificati e aggiornati alle esigenze belliche. Il collettivo guidato da Charlie Haden e Carla Bley interpretava dunque queste canzoni secondo il modello delle bande musicali popolari spagnole degli anni '30 con l'inserzione originale di sezioni di sperimentazione libera che rendeva il sound ancora più drammatico e coinvolgente...con il grandissimo e fondamentale apporto delle suggestive performances soliste di Gato Babrbieri e Don Cherry, che donano un tocco d'immensa spiritualità alle canzoni. Il disco non voleva essere però un semplice omaggio alla tragedia spagnola...ma lontano da questa prospettiva si propose di trasmettere un messaggio di speranza generale per l'avvento di un mondo più giusto...nel quale fossero abolite tutte le dittature, le guerre, la povertà e tutte le forme di violenza. Trovano così spazio in questo assoluto capolavoro del free-jazz americano anche una versione di War Orphans scritta dal grande Ornette Coleman, Circus '68 '69 composta dallo stesso Haden in relazione alla guerra del Vietnam e soprattutto la splendida e devastante Song For Chè sempre firmata da Haden...una lunga composizione che riprende il tema della canzone Hasta Siempre Comandante Che Guevara cantata da Carlos Puebla e dedicata alla partenza del Che per la spedizione in Bolivia. Del resto proprio l'America Latina, in virtù della sua delicata fase storica, era tra i focolari principali dell'impegno politico musicale...con il cuore andino divulgato dagli Inti-Illimani, la protesta esemplare di Victor Jara e Violeta Parra, il "pan-americanismo" del solito Gato Barbieri o ancora le turbolenti vicende che porteranno, in Brasile, all'esilio di Gilberto Gil, Caetano Veloso e Chico Buarque. E mentre in Africa il "ritmo cosmico" dell'afrobeat di Fela Kuti rappresentava l'ala più eversiva della contro-cultura mondiale, in India la musica di Ravi Shankar fu il giusto parallelo sonoro dell'eredità "non violenta" di Ghandi. La Liberation Music Orchestra rimane comunque rappresentativa di un raggiunto vertice di rara poesia musicale e d'impegno politico...veicolante un'alternativa immagine sociale e una poetica di ricerca che tanto influenzerà la "Libera improvvisazione" e il rock progressive europei. Anche le formazioni già citate degli Henry Cow, degli Area e degli Art Zoyd mostreranno un indubbio debito nei confronti di un approccio free...di una modalità di pensare alla musica in termini di messaggio sociale ma attraverso forme d'arte più informali e spirituali...potremmo dire inconscie e cariche di mistero... dove il "melange" sonoro riflette i "colori dell'anima" come nella pittura di Kandiski o di Pollock... e permette, con gioia, un'espressione totale di emozioni e sentimenti che contemplano un universo migliore.


 (a cura di Andrea Maria Simoniello)




Discografia


Joan Baez

Gracias A La Vida 1974


Country Joe & The Fish

I Feel Like I'M Fixin' To Die 1967


David Peel

Have A Marijuana 1969


The Fugs


First Album 1965


Matching Mole

Red Little Record 1972


Gong

Camembert Electrique 1971
Flying Teapot 1973
Angel's Egg 1973
You 1974


Magma

Magma 1970 (2lp)
Mekanik Destruktiw Kommandoh 1973


Henry Cow

Legend 1973
Unrest 1974
In Praise Of Learning 1975
Western Culture 1979


Area

Arbeit Macht Frei 1973
Caution Radiation Area 1974
Crac 1975
1978 / Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano 1978


Art Zoyd

Symphonie Pour Le Jour Où Bruleront Les Cités 1976
Musique Pour L'Odyssée 1979
Phase IV 1982


Samla Mammas Manna

Maltid 1973


Charlie Haden

Liberation Music Orchestra 1969


Gato Barbieri


Chapter One : Latin America 1973
Chapter Two : Hasta Siempre 1973


Inti-Illimani

La Nueva Cancion Chilena 1974


Victor Jara 


La Poblacion 1972

                                                          
  Country Joe Mcdonald al Festival di Woodstock del 1969 durante l'esecuzione di I Feel Like I'm Fixin' To Die Rag.


                  Robert Wyatt & Henry Cow in concerto a Roma in Piazza Navona il 25 giugno 1975



 *La Mela di Odessa

 C'era una volta una mela a cavallo di una foglia.
Cavalca, cavalca, cavalca
insieme attraversarono il mare.
impararono a nuotare.
Arrivati in cima al mare, dove il mondo diventa mancino, la mela
lasciò il suo vecchio vestito e prese l'abito da sposa più rosso, più rosso.
La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa.
Riprese la mela in braccio, e partirono.
Giunsero in un paese giallo di grano pieno di gente felice, pieno di gente felice!
Si unirono a quella gente e scesero cantando fino alla grande piazza.
Qui altra gente si unì al coro.
"Ma dove siamo? ma dove siamo?"
Chiese la mela.
"Se pensi che il mondo sia piatto allora sei arrivata alla fine del mondo.
Se credi che il mondo sia tondo allora sali, e incomincia il giro tondo!"
E la mela salì, salì, salì, salì, salì.
La foglia invece salutò, salutò, salutò.
Rientrò nel mare e nessuno la vide più.
Forse per lei, mah, il mondo era ancora piatto.
....Vicino al mare dove il mondo diventa mancino....Se credi che il mondo sia tondo,
allora sali,sali! E incomincia il giro tondo!

**Citazione da M.T. Chialant, Nel Tempo Del Sogno: le forme della narrativa fantastica dall'immaginario vittoriano all'utopia contemporanea 1988

lunedì 21 ottobre 2013

Taj Mahal Travellers



(a cura di Mario Cornacchia)

Gruppo errante giapponese, i Taj Mahal Travellers suonarono durante il loro viaggio da Amsterdam fino al Taj Mahal, in India. Il viaggio, carico delle metafore che comporta, durò due anni, e fu documentato da registrazioni ambientali poi raccolte su due album, uno datato 1972 e l'altro 1974. I titoli degli album sono semplicemente gli anni di registrazione, quelli delle tracce sono gli orari di inizio e fine, come nel caso del primo disco, o numeri romani, a confermare lo spirito di improvvisazione totale ricercato dal gruppo. E' lecito supporre infatti che gran parte della musica suonata da questi "guru" non sia stata registrata, dato che i Taj Mahal Travellers amavano suonare all'aria aperta e in totale fusione con la vita che conducevano, senza quindi quella lacerazione che l'industria discografica ha acuito.
Il disco August '74 è un doppio LP con quattro improvvisazioni psichedeliche attorno ai venti minuti, una per facciata. L'induzione ad un ascolto spirituale è data dalla lentezza e dalle variazioni di volume, oltre che dall'approccio mistico adottato, e da un'elettronica iper-dilatante. Lo stato alterato in cui ci si trova fin dalle prime note stimola la meditazione, la trance, e fa acquisire una visione nitida al terzo occhio non appena ci si stende ricercando attraverso la deconcentrazione una più profonda concentrazione .
L'invocazione degli strumenti si concretizza gradualmente, in modo ripetitivo e minimale, come percezioni in un ambiente naturale su una risacca di droni, generando visioni inquietanti o rassicuranti ma sempre passeggere. I canti sono a tratti cori tibetani, a volte sussurri solitari oppure dialoghi con l'eco elettronica o con altre entità non meglio specificate lasciate all'immaginazione dell'ascoltatore. Percussioni vibranti in sottofondo e fiati dal sapore esotico aprono alla fantasia di ciascuno spazi in continua espansione.
Una delle caratteristiche più sorprendenti di queste registrazioni è la dinamica dei passaggi,totalmente naturale, con un lavoro di sfumature cangianti talmente lente da far cadere l'io cosciente in una goduria estatica che solo la meditazione trascendentale è in grado di produrre. Ci si trova così da un inizio di note isolate di intonazione variabile ad ascoltare uccelli selvatici su gocce di pioggia (il tutto reso dalla fusione elettro-acustica non da campionamenti naturali) che avvolgono brevi melodie inquiete di voce o fiati. O da un semplice ritmo ossessivo il gruppo sviluppa un rituale con richiami tribali, ululati e ronzii ultraterreni. Cimbali e sonagli lo sorreggono, mentre i mantra si susseguono unendosi a spiriti elettronici.
Gli effetti che un tempo la musica orientale ricercava per esempio con le diplofonie della voce sono resi ora da distorsioni costanti attuate dall'elettronica sugli strumenti acustici, molti appartenenti alla tradizione persiana (ad esempio il santur), o violino e armonica, e anche l'eco non è più dato da catene montuose o da droghe allucinatorie ma dalle manopole opportunamente azionate.
Ogni traccia si evolve seguendo l'ispirazione del momento, il mutamento della filosofia taoista non potrebbe trovare compimento musicale più devoto. Le voci e gli strumenti riemergono e si perdono in un flusso continuo, per sparire infine in lontananza lasciando l'ascoltatore come al termine di un'ipnosi, incerto su quel che è appena stato.

Discografia

August 1974
July 15,1972
Oz Days 1973
Live In Stockholm 1971(1998)

domenica 20 ottobre 2013

Folk Bottom vol.3 - Folk & Beyond (playlist)


Scaletta del 20 ottobre 2013


 Nieman Kan Mit Gerten
1973

 Lavender Eagle - 2001

Prayer In Passing - 2005

 Hugo Spellman - 1973

Grand Hotel - 2003

Arianna - 1983

Water Girl - 1987

Raga Miniature - 1966

Kalimba - 1978


 
Jede Forman Dolinu 
2003

Et Ensomt Minne - 2004

Come With Me - 1970


(a cura di Andrea Maria Simoniello)














venerdì 18 ottobre 2013

Gato Barbieri 1965/1975 : pan-americanismo latino


 Al 1907 risale il celebre dipinto di Henri Rousseau,detto il Doganiere, dal titolo “L’incantatrice di serpenti”…In una foresta fatata il suono di un flauto arcaico è nelle mani di una donna dagli occhi enigmatici che rimane in una soffusa penombra inquietante…i serpenti le vanno incontro come anche l’incredulo fenicottero in basso a sinistra…la minuta e verde vegetazione esotica rappresenta invece la quinta ideale di un atmosfera ammaliatrice dove il protagonista è la luce dorata della luna alta nel cielo…sorta ai primi albori del tramonto. La perfetta traduzione musicale di questa mirabile visione naturale interiore del pittore francese, potrebbe essere il brano Bolivia, che da il titolo all’omonimo album di Gato Barbieri del 1973. Tutta l’essenza dell’anima profonda del musicista argentino sono racchiusi in questi magnifici 7 minuti e 43 secondi circa in cui tutto scorre leggiadro come un fiume, che, trovandoci in ambito latino, potremmo immaginare essere il Rio delle Amazzoni. Il medesimo richiamo alle foreste pluviali dell’America Latina è nell’altra perla del disco Vidala Triste…medesime sensazioni…ma la dolcezza cambia…è ancora più straziante ed evocatrice del quadro sopra descritto. Potremmo semplicemente dire che in questi due brani c’è un "coefficiente di vita" potenzialmente infinito…ma forse qui dovremmo inventare un nuovo vocabolario “ad hoc” per poter descrivere i postumi di una reale esperienza autentica. Prima di Bolivia, il percorso di Leandro “Gato” Barbieri era stato defilato rispetto a un personalissimo pan-americanismo latino… sintesi intima e personalissima dei ritmi e delle sonorità sud-americane, aperte al jazz nelle sue diverse sfumature, tra poli morbidi e free. In quest’ultimo ambito sono da ascrivere le collaborazioni iniziali con il trombettista Don Cherry, Togetherness del 1965 e Symphony for Improvisers del 1966. Lo spirito "terzomondista" di Gato vide poi una tappa fondamentale nel sodalizio con il sudafricano Dollar Brand, con il quale incide Hamba Khale nel 1968. Dello stesso periodo sono due partecipazioni importanti, prima nel colossale Escalator Over The Hill a nome Carla Bley e Paul Haines del 1968, poi l’anno dopo nel manifesto politico-musicale di Charlie Haden. Liberation Music Orchestra…un incontro irrepetibile di musicisti (tra cui ancora Don Cherry, Roswell Rudd, Andrew Cyrill, Michael Mantler, Paul Motian) che prendendo spunto dalle canzoni della guerra civile spagnola scoperte da Haden, dalle sollecitazioni della guerra del Vietnam e dalla recente morte di Ché Guevara, voleva diffondere il proprio messaggio universale per un mondo nuovo di pace e benessere spirituale collettivo. Le performances soliste di sax sono di Gato, drammatiche e struggenti come non mai…in perfetta sintonia coi fiati colorati di Cherry. Dello stesso anno è anche l’ottimo The Third World, che segna la comparsa di fusioni tipiche dello stile maturo dell'argentino.Poco ricordata invece è forse l’apparizione dell’argentino in Appunti di Un Orestiade Africana di Pier Paolo Pasolini del 1970, dove lo troviamo impegnato in una intensa jam spasmodica sul tema della tragedia eschilea declamata da Yvonne Murray e Archie Savage. L’altra collaborazione cinematografica di spessore sarà la colonna sonora di Last Tango In Paris di Bernardo Bertolucci del 1972 mentre a l’anno precedente risale il bellissimo concerto al Montreux Jazz Festival, documentato nel celebre El Pampero. Bolivia dunque, poteva essere l’approdo finale di una panteistica devozione latina…in realtà finisce per essere una semplice porta…poiché il pan-americanismo di Barbieri diventa ancora più sentito ed efficace nella serie dei quattro Chapters tra il 1973 e 1975. “Brasile, Cile, Perù, Argentina, Cuba, Uruguay, Bolivia, Velenzuela, Colombia,Ecuador…para nosotros…para nosotros…para nosotros…claro” , ovvero il cantato insistito in Para Nosotros contenuto in Chapter Two : Hasta Siempre, è il vero inno di speranza per il futuro dell’America Latina. Salse, sonorità andine, sambe, rumbe, elementi di folklore cubano e argentino e molto di più si fondono alle timbricità del jazz più free…tutto a formare un osmosi perfetta, figlia di una sentita solidarietà verso tutto il popolo latino, sullo sfondo di un periodo storico difficile fatto di dittature, guerre e rivoluzioni. Forse il primo capitolo Latin America è quello più affascinante, con la coppia consecutiva Encuentros ed India e soprattutto la coinvolgente La china Leoncia Arreo La Correntinada Trajo Entre La Muchachada La Flor De La Juventud, con l’urlo estremo " la libertad la libertad"…ma uniche sono anche Lluvia Azul e La Podrida nel capitolo terzo “Viva Emilano Zapata”. Grazie a Gato compiamo in poco tempo un amorevole e illuminante psico-geografia nello sterminato continente tropicale…la sua musica rimane incantatrice come quella della donna nel quadro di Rousseau, di cui non vedremo mai il volto, ma coglieremo sempre estasiati il suo messaggio vitale.

 (a cura di Andrea Maria Simoniello)

      Henri Rousseau, detto il Doganiere (1844-1910) L'Incantatrice di serpenti,1907,Olio su tela,Cm 169 x 189,5

 Discografia

 Hamba Khale (with Dollar Brand) 1968
Escalator Over The Hill (Carla Bley & Paul Haines) 1968
The Third World 1969
Liberation Music Orchestra (Charlie Haden) 1969
El pampero 1971
Last tango in Paris 1972
Bolivia 1973
Chapter one: Latin America 1973
Chapter two: Hasta siempre 1973
Chapter three: Viva Emiliano Zapata 1974
Chapter four: Alive in New York 1975





                 
                               

martedì 15 ottobre 2013

Jazz Meets India : Irene Schweizer Trio with Dewan Motihar 1967


Nel corso degli anni ’60 il jazz vide continuamente ampliati i propri orizzonti espressivi, maturò una tendenza che lo portava a rompere con facilità i propri confini linguistici, quasi che un vorticoso processo inarrestabile giungeva sempre a proporre qualcosa di diverso a ciò che si era fatto immediatamente prima…Sarebbe veramente inutile (e presuntuoso) cercare di stabilire anche delle pur minime coordinate che possano anche lucidamente illustrare il vento perpetuo del cambiamento di quegli anni, che interessò tanto il filone americano che quello europeo. Appare chiaro però che tra due poli ideali come Free Jazz di Ornette Coleman del 1960 e Message To our Folks dell'Art Ensemble Of Chicago del 1969, con il rivoluzionario "Rock Out", la cultura musicale afro-americana giunse a qualcosa di veramente nuovo e secondo un inedito slancio radicale. Di certo il jazz d’allora era qualcosa di “vivo”, non come tanto jazz d’oggi, “morto” tra le mura di tante accademie dove i "maestri-grandi-musicisti" sono spesso i primi responsabili di una inevitabile standardizzazione, sintomo della chiusura del jazz in una fruizione di “elité” non aperta ad altre dimensioni sonore…Di certo nell’epoca dell’esplosione delle controculture giovanili e delle nuove musiche d’ambito rock, il jazz rappresentava un referente"spirituale" importante per qualsiasi nuovo giovane musicista…Restava "vivo”…perché non era tanto visto come qualcosa “d’assoluto”…ma una “possibilità” che potesse dialogare in modo fecondo con altre realtà, contesti ed idee musicali…
Il maggior ed immediato effetto di ciò fu la nascita del jazz-rock di cui molti vedono la nascita in Bitches Brew di Davis nel 1970. Ma sarebbe più coerente parlare di Miles come il codificatore finale, per quanto geniale, di soluzioni apparse già precedentemente, ad esempio nell'ambito dello spiritual-jazz (si ricordi la pietra miliare Eternal Rhythm di Don Cherry del 1968)…ma "tracce" di jazz si trovavano ovunque…dal progressive…alla psichedelia…al folk visionario d’approccio più naturalistico. Non stupisce dunque che all’interno di un ampio discorso sull’incontro tra musiche occidentali e musiche orientali si possa parlare anche di dialogo tra jazz e sonorità indiane, secondo un fecondo rituale di reciproco scambio.
Il 1967 fu fondamentale per l’esplosione in Europa dello stile "flower power" e della sua relativa cultura psichedelica venata di "orientalismo", che ebbe come polo principale la Londra swinging, scenario in quell’anno prima del "14th Hour Technicolour Dream" in aprile…e poi del convegno “The Dialetics of Liberation” che si svolse tra il 15 e il 30 luglio, con la partecipazione dei vari Marcuse, Goldman, Sweezy e molti altri rappresentanti del movimento di contestazione, poeti "beat" in primis. Ma il 1967 vide anche la nascita dell’importante "Montreux Jazz Festival" destinato poi a diventare "tempio" di tante performances storiche. Alla sua prima il festival fu onorato dal quartetto del sassofonista Charles Llyod che comprendeva i giovani Keith Jarrett, Jack Dejonette e Cecil Mcbee…e fu animato anche da una sorta di competizione tra gruppi jazz emergenti. Tra questi vi doveva essere anche il trio free-jazz di Irene Schweizer che vantava Mani Neumeier alla batteria e Uli Trepte al basso, futuri componenti dei tedeschi e “krauti” Guru Guru. Nell’ottobre dello stesso anno vide le stampe Jazz Meets India, in collaborazione con il trio di Dewan Motihar , Manfred Schoof alla tromba e Barney Wilen al sax tenore e soprano.
Prima di allora l’incontro tra jazz e musica indiana aveva significato soprattutto il percorso del più mistico Coltrane…Un brano come "India" nell’album Impressions del 1963 dimostrava già, in maniera più intima ed interiorizzata, l’assorbimento della lezione orientale, riproponendo i tradizionali termini del rapporto “donna-uomo” dei raga con sitar e tabla, nelle vesti di un incalzante flusso giocato sul minimalismo percussivo degli accenti di Elvin Jones e le traiettorie mantriche di Eric Dolphy al clarinetto basso e dello stesso John ai sax. In ambito jazz sarà poi la moglie Alice a segnare i più affascinanti capitoli di quest’incontro…prima con Journey in Satchidananda del 1970 e poi con Elements del 1973 in compagnia di Joe Henderson e Charlie Haden…senza tralasciare le collaborazioni che John “Mahavishnu” Maclaughlin avrà con L.Shankar nel repertorio proposto col progetto Shakti.
Considerando queste esperienze e trascendendo i medesimi confini del jazz, appare chiaro come questi progetti si collocavano ben aldilà delle mode del momento…esprimevano una capacità di rielaborazione di repertori lontani con una profondità che rendevano banali alcune operazioni di quell’epoca…pensando soprattutto allo sterile “utilizzo” delle sonorità indiane da parte dei Beatles, dopo il tanto “pubblicizzato” viaggio in India con Donovan e Mia Farrow.
Non è questo invece il caso della pianista svizzera Irene Schweizer, nome illustre della "European Free Improvisation", che a quel tempo aveva già sublimato le proprie influenze (dal free-jazz di Cecil Taylor e di Ornette Coleman alla “spola” di musicisti sudafricani come Dollar Brand e Louis Moholo giunti in Inghilterra) in uno stile personale che la consacrerà grande performer della scena improvvisativa internazionale.*
L’album Jazz Meets India è forse una tappa marginale, poco ricordata della sua carriera, ma nell’ambito di quell’”ampio discorso” sopracitato rappresenta sicuramente un esempio calzante per spessore ed armonia di contenuti.
L’apertura raga in "Sun Love" è solo un classico vestibolo per il viandante che si appresta a compiere questo lungo viaggio verso le terre di Krishna e Shiva…la tamboura è un rassicurante coro di voci impalpabili…ma presto torrenziali piogge sgorgano dal piano…sono delicate ed incisive allo stesso tempo…è un tunnel senza fine con i richiami dei re occidentali suonatori dei fiati che rincorrono la regina del Sitar …non è buio…siamo folgorati da un pendolo di luci ora zenitali ora equinoziali… possiamo ben vedere ciò che accade…immaginare una danza di ninfee dell’est in melme d’arazzi perlati, che con ritmo pacato ma dionisiaco apre le porte verso due altre rivelazioni…durante "Yaad" siamo in vasche profumate di sandalo e lotus…mentre in "Brigach And Ganges" l’amore possibile tra due fiumi lontani genera un terremoto emozionale ed erotico…tuttavia per il nomade psicotropo c’è un lieto fine…sul delta tentacolare costruisce il suo eremo personale in una grotta…meditando sull’esperienza vissuta…conducendo il pensiero tra le fessure di un infinito cretto naturale.
Troviamo qui, accanto all’anima estemporanea della Schweizer il contributo essenziale del trio di Dewan Motihar, coinvolto spesso in fusioni del genere…ma ciò che stupisce di quest’ascolto “quintessenziale” è soprattutto la presenza di Neumeier, cerimoniere in estasi di grooves metallici, e delllo stesso Trepte, protagonisti di battaglie radicalmente diverse con i Guru Guru.
Elemento che mostra ancora una volta la disponibilità e la versalità di certi musicisti…non che oggi non ce ne siano di validi…ma a cambiare sono le "estetiche e sensibilità dominanti" e a provocare dolore dovrebbe essere una ferita…la lucida consapevolezza della “perdita” dello spirito di quell’epoca…o magari la gioia per una sua nascosta e marginale sopravvivenza. 

(a cura di Andrea Maria Simoniello)
Formazione
 Irene Schweizer /piano
Mani Neumeier / drums
Uli Trepte / bass
Dewan Motihar / vocals, sitar
Keshay Sathe / tabla
Kusum Takhur / tambura
Barney Wilen / tenor & soprano saxophone 
Manfred Schoof / cornet, trumpet

                      * Biografia e Discografia di Irene Schweizer